gli amabili resti
12 luglio 2011
E ti giuro che una volta credevo fosse impossibile. Una volta, ma che dico, molto poco tempo fa. Si era in un tempo mentale in cui il passato sembrava una valigia immensa da dover trascinare dietro e a cui attingere ogni volta qualcosa; qualche riferimento, aiuto, consiglio, facce, visi, carezze. E quella valigia, oggi, la ritrovi a galleggiare nel mare, sempre più distante. E a buttarla sei stato tu, cioè io. Ricapitoliamo:
Pensavo di dover fare affidamento, per il presente, a qualche vecchia esperienza già fatta in passato. Errore imperdonabile. Questo atteggiamento mentale appesantiva il mio presente. Si crede di avere un curriculum sentimentale e “culturale” equiparabile a quello professionale. Ma mentre l’ultimo è un curriculum che si spera sia positivista, perennemente rinnovabile e mignorabile, il primo è caotico. Credevo fosse difficile, se non impossibile, essere spogli di fronte ad una nuova persona. Credevo difficile quella condizione di liberi conoscenti. Mai errore fu più imperdonabile. Per carità, errore di adolescenza, errore di gioventù, errore di arroganza nei confronti dell’arrivo della mia stessa vita, l’arrivo finale posto al momento della mia stessa morte. Mi trovavo a sapere già di cosa mi sarei nutrito in futuro senza neanche sapere quanti soldi avrei avuto per fare la spesa. E mi ritrovo ad essere come sono senza aver mai minimamente immaginato di essere così. E un giorno ti ritrovi vuoto, leggero, perchè chiudendo qualcosa hai chiuso una cosa con nome e cognome. Dentro una scatoletta elegante hai messo da parte quello che è stato, le cose belle e le altre brutte. La metti su una mensola in bella vista o su una mensola in cantina o in uno scatolone chiuso per sempre. E continui con la stessa leggera del “prima che”.
ps. Si avvisano i signori lettori di avvicinarsi alle casse. Lo spazio di egocentrismo è in chiusura. Lo spazio di egocentrismo è in chiusura, grazie.