Ciò che sta finendo fa pena, ciò che sta arrivando fa paura

1 luglio 2011

di Diego Gabutti

Sta finendo un’epoca, ma niente paura, perché non è la prima volta che succede. Negli ultimi centocinquant’anni, dall’Unità in avanti, in Italia non s’è visto altro. Come certi paesi africani, che cambiano in continuazione regime politico, nomenklatura al potere e talvolta anche il nome, l’Italia è uno di quei paesi che muoiono e risorgono ogni quindici o vent’anni.

Stavolta finisce il berlusconismo, un’Italia durata finora diciassette anni, e che si trascinerà ancora, zoppicando, col fiatone, per un paio d’anni, fino all’estinzione dell’ultimo responsabile (o almeno fino a trascorrere in allegria anche l’ultima serata rilassante). Diciotto o diciannove anni sono già un bel record per i nostri standard; soltanto la Democrazia cristiana ha tenuto testa alla malasorte per più di quarant’anni – ma cambiando spesso identità, e ancor più spesso classe dirigente. Non aspettiamoci granché: il crollo del berlusconismo non è esattamente come quando svaporò l’Italia liberale, assassinata dall’esperienza delle trincee, da Caporetto e dai movimenti estremisti nei quali confluirono i traumatizzati di guerra. Non è neppure come quando crollò il fascismo, che a sua volta non sopravvisse al suo stesso estremismo e alla guerra mondiale scatenata, tra gli altri, dallo stesso Mussolini (che fu uno dei peggiori statisti del secolo, un leader che provocava le catastrofi planetarie come lo iettatore di Luigi Pirandello «cagionava col suo influsso» gl’incidenti, qualunque cosa ne abbia detto, non troppi anni fa, il presidente della camera, tale Gianfranco Fini, un politico di cui oggi non si ricorda più nessuno). Finisce l’età del «miliardario», come lo chiama Pierluigi Bersani, che avrà anche abiurato il comunismo ma che non per questo è diventato un amico dei «sciur» e tanto meno dei kulaki, ma certo non è come quando svanì per incantesimo giudiziario la prima repubblica e l’Italia, che aveva appena sospirato di sollievo per essere scampata alla fine della guerra fredda, fu improvvisamente investita da un maremoto che spazzò via tradizioni che sembravano solide e rocciose come piramidi. Al confronto delle ere politiche precedenti, quella legata al nome del Cavaliere, più un cantante napoletano fasullo e caramelloso che un leader politico, è cosa insomma molto modesta. Storicamente e anche umanamente parlando, Berlusconi è un canarino finito per sbaglio nella gabbia delle aquile imperiali. Mentre il liberalismo, il fascismo, la democrazia sociale d’ispirazione cristiana e quella d’ispirazione sovietica, come pure il tentativo (clamorosamente mancato e riuscito

insieme) di fondere queste due visioni del mondo nell’antimateria del compromesso storico, avevano un ché di piramidale, qualcosa che si proponeva di sfidare i secoli, be’, al confronto il berlusconismo è più una roba flaccida e appiccicosa, di pastafrolla, sia detto senza eufemismi. Ma intanto un’Era Berlusconi c’è stata, e adesso è finita, oppure sta finendo. Non sappiamo che cosa ne penseranno i posteri, ma sappiamo come la vedono i contemporanei, berlusconiani compresi: diciassette anni sprecati, anni in cui c’è stato poco o niente da masticare, e non c’è ragione di credere che, catapultati in una nuova età storica, ci troveremo meglio. Anzi, se il buongiorno si vede dal mattino, sarà quasi certamente peggio, forse anche molto peggio.

Avrebbe potuto andare meglio? Forse sì, ma non è detto: il materiale umano, anche all’origine, era quello che era. Col tempo, poi, tramontata la stella dei primi consiglieri liberali del Cavaliere, che sono stati tutti messi ai margini del partito e in molti casi neppure rieletti in parlamento, il materiale umano è persino peggiorato, fino a comprendere Cavalli e Veline di Caligola (per non parlare dei suoi Leccastivali, Avvocati Penalisti, Amici di Lunga Data e ancora Veline).

S’annuncia, insieme al cupo tramonto dell’era presente, un interregno ancor più temibile. Mai prima d’ora, nella storia nazionale, s’era visto l’assalto di politici come Giuliano Pisapia, Beppe Grillo, Nichi Vendola, Luigi De Magistris, Tonino Di Pietro, Italo Bocchino. Abbiamo avuto Gabriele D’Annunzio, il Dux, Palmiro Togliatti, Cicciolina e Toni Negri. Ma così in basso mai. 

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